Mese: Maggio 2022

Il concetto di cultura

Il concetto di cultura è oggi un perno delle scienze sociologiche, un risultato raggiunto a seguito di un processo di studio antropologico iniziato nel periodo del romanticismo tedesco, quando il termine è diventato oggetto di analisi in senso più rigoroso. La veste scientifica che gli è stata data ha spostato l’attenzione dalla discussione filosofica a quella sociologica e antropologica, sebbene tuttora non possiamo dire che non resista un’idea di cultura come livello intellettuale superiore.

L’importanza della cultura

In ogni caso, al termine della nostra analisi, ci sembra chiara la basilarità della cultura nella nostra società. Oltre a definirci come individui e cittadini, consentendoci di vivere in modo libero e indipendente, ci permette di vivere come collettività, nel rispetto reciproco e del senso civico.

Ecco spiegato perché, pensando alla cultura, ci vengono in mente sinonimi come vita, libertà, bene comune, miglioramento, crescita, cura, inclusione, solidarietà: la cultura è uno strumento potentissimo grazie al quale possiamo coltivare le nostre idee e non subire quelle altrui passivamente; è il nostro orto, e più ce ne prendiamo cura, più avremo i nostri frutti. Solo allora potremo dire di essere veramente felici.

Il termine civiltà

Finché i pensatori illuministi non irrompono sulla scena, la cultura resta esclusiva dell’élite intellettuale, unica in possesso delle facoltà superiori. Il popolo ne è escluso in quanto intrinsecamente ignorante.

Col termine civiltà è espressa invece l’appartenenza alla città, intesa come contesto politico, modi di vivere e abitudini contrapposti a quelli agricoli (considerati primitivi). Proprio gli illuministi utilizzano civiltà e “civilizzazione” per porre in contrasto la vita intellettuale e progredita dell’ambiente urbano, rispetto a quella asociale e istintiva dei popoli barbari, che difettano anche di organizzazione razionale.

È così che vengono poste le basi per quello che a lungo verrà considerato un binomio inscindibile, da un lato la società avanzata sia in termini appunto culturali (ossia razionali) che tecnologici, dall’altro l’ideale del selvaggio primitivo che vive nella natura. E però gli illuministi criticano fortemente il significato aristocratico di cultura, intenso come buone maniere, bensì ne abbracciano il senso di patrimonio dell’intero genere umano.

Il 900

Nel XIX e soprattutto nel XX secolo, civiltà e cultura hanno preso due strade molto distinte che ancora attualmente non sembrano convergere: mentre la seconda è stata e continua a essere oggetto di dibattito e riflessioni sul significato e le sue conseguenti applicazioni, la prima ha avuto più successo nell’evitare di incastrarsi in connotati scientifici, rivelandosi piuttosto un’idea – o un modello da seguire.

Pensiamo a come definiamo noi stessi quando parliamo di civiltà occidentale, sottintendendo un ideale etnocentrico superiore alle altre civiltà, che oggi certamente non consideriamo barbare, ma che – sotto sotto – continuiamo a discriminare.

Da cultura soggettiva a cultura oggettiva

L’Illuminismo ha travolto il mondo occidentale sia a livello politico che sociale, creando un netto contrasto con il passato. Idee accettate per secoli come dogmi, improvvisamente vengono messe in discussione da filosofi e letterati che fanno della razionalità e dei principi scientifici il loro mantra.

Ne risulta un mutamento ideologico che non può che interessare anche il concetto di cultura, in quanto lo strumento educativo diventa ora la ragione: ogni individuo possiede raziocinio e pertanto la cultura è un patrimonio universale non esclusivo degli intellettuali, ma intrinseco alla stessa natura umana.

Alla fine del XVIII secolo è da segnalare anche un cambiamento del significato di cultura in Europa: mentre in Francia gli illuministi monopolizzano il pensiero, e la società viene travolta dai tumulti della Rivoluzione, in Germania il grande cambiamento culturale in atto sta mettendo le basi per quello che verrà di lì a poco, ossia quel movimento intellettuale che prenderà il nome di Romanticismo.

È allora proprio in questi anni turbolenti che la parola cultura inizia a mutare significato e ad acquisire un senso oggettivo più che soggettivo, passando dall’indicare situazioni proprie dell’individuo a caratteristiche appartenenti al contesto storico-sociale.

Dante e il Medioevo

“Sono un uomo, e perciò nulla di ciò che è umano mi è estraneo”, scriveva Terenzio al tempo dell’antica Roma. Gli esseri umani hanno un senso comune di ciò che rappresenta l’esperienza vitale quotidiana, e tale senso, aleatorio, volatile, liquido, è quello più generico ma universale di cultura.

Fare le cose quasi come gli angeli

Col passare dei secoli, sino al Medioevo, il significato di cultura resta legato al concetto di realizzazione degli uomini liberi, nonostante le tante trasformazioni della società in seguito alla caduta dell’impero romano, alle invasioni barbariche e alla successiva affermazione del Cristianesimo. È lo stesso Dante a scrivere che, siccome il singolo individuo si perfeziona in saggezza e sapienza, allora anche tutto il genere umano, per estensione, può vivere libero e prendersi cura delle sue attività in modo “poco inferiore agli angeli”.

Per esserci cultura, dev’esserci uno sviluppo delle qualità interiori, che solo gli uomini veramente liberi possono raggiungere. Lo esprime Dante, tant’è che un secolo dopo la morte del Poeta il termine cultura indica ancora il concetto latino di humanitas, e lo esprimono 200 anni dopo filosofi quali Pufendorf e Bacone; successivamente Kant e Leibniz riprendono il concetto per intendere quel processo di formazione personale che permette di perfezionarsi.

Cultura come attività intellettuale

La cultura può riferirsi anche al complesso di conoscenze intellettuali posseduto da un singolo individuo, e in questo caso si contrappone al termine ignoranza. Una persona può essere acculturata (ossia definita colta) o ignorante, cioè appunto “priva di cultura” – sebbene ciò sia sempre opinabile. Qui la parola cultura viene usata per fini valutativi dal punto di vista intellettuale, per cui fa riferimento a nozioni qualificate e non manuali.

Questa accezione potrebbe tuttavia risultare ambigua, in quanto col termine cultura è possibile non indicare un giudizio di valore e quindi non creare una contrapposizione al termine ignoranza, ma più semplicemente può riferirsi a un concetto che descrive l’insieme delle cognizioni e delle credenze mentali e sociali di una singola persona.

Cultura antropologica

Spogliata dei criteri valutativi, la cultura individuale e collettiva si rifà a una concezione antropologica del termine, secondo la quale essa racchiude tutti i fenomeni mentali e sociali tipici degli esseri umani, i quali si contrappongono al regno animale, privo di una propria cultura.

Il sapere di un individuo e di una comunità si rifà al concetto latino di humanitas e a quello greco di “paidéia”: per gli antichi romani, l’humanitas indicava la predisposizione umana alla fiducia nelle proprie capacità e alla sensibilità verso gli altri, pertanto era un termine inclusivo che non creava eccezioni sociali, sessuali o etniche; per gli antichi greci, paidéia era un modello educativo fisico e psichico che prevedeva la cura del corpo (attività fisiche rivolte al rafforzamento della muscolatura, eccetera) e l’interiorizzazione dei valori universali facenti parte dell’ethos del popolo, in un processo che doveva condurre l’abitante della polis a socializzare con i suoi concittadini.

Cultura come attività di cura

Partiamo dall’etimologia della parola: cultura deriva dal verbo latino “colere”, il cui significato è “coltivare”; i romani lo utilizzavano quindi per riferirsi a tutte le attività di manipolazione della natura da parte dell’uomo. Anche oggi questa accezione resta viva in ambito agricolo e riguardo l’allevamento di microrganismi, definito per l’appunto cultura (di batteri, di virus e via discorrendo).

Gli antichi romani usavo il verbo “colere” anche con un secondo significato che indicava la coltivazione dell’anima, quindi l’educazione dell’individui, la cura e la concimazione del proprio io; proprio come si coltivava la terra, così era necessario coltivare sé stessi mediante attività educative e formative di vario genere, che i latini chiavano “cultura animi”. Dallo stesso verbo deriva l’aggettivo “cultus”, che, in opposizione a silvester o neglectus, si riferiva alle cose coltivate e curate. È da questo aggettivo che noi abbiamo mutuato la parola “culto”, ormai utilizzato soprattutto in senso religioso.

Curare per sviluppare

Come si vede, il termine cultura è uno stretto parente di coltivazione e si riferisce agli interventi di cura nei confronti di qualcosa e, per estensione, di qualcuno. In assenza di cultura, questi qualcuno e qualcosa potrebbero deperire o addirittura non nascere. Ecco perché noi lo utilizziamo per un’ampia varietà di situazioni e definizioni: agricoltura, cultura personale, culturismo, sono tutti termini che sottintendono cure e attenzioni.

Nel corso dei secoli, e lo vedremo più avanti, il concetto di cultura è stato notevolmente ampliato, ma non ha mai perso del tutto il suo significato originale, che ben rappresenta l’essenza stessa dell’atto di coltivare. È infatti di attualità parlare di cura di sé e degli altri. Il termine indica tuttora un processo di sviluppo (fisico, mentale, individuale o collettivo) e oggi, nel suo senso più moderno, appare chiaro come esso non possa assolutamente prescindere dall’educazione. Forse ci ritroviamo a inquadrare meglio il significato di cultura se le diamo valore di conoscenza fondamentale (il complesso di saperi e tradizioni) in riferimento all’essenza di ciascuna popolazione e delle sue generazioni future.

Un’ultima considerazione: è solo nei secoli più recenti che il termine cultura ha assunto il significato di insieme di saperi, come fa notare il giurista spagnolo Jesús Prieto de Pedro; ancora nel 1690, nel Dictionnaire Universel di Antoine Futière, la parola viene usata nel suo senso originario.

Il termine cultura e il suo valore

Tutti ne abbiamo una personale, tutti siamo influenzati da quella del contesto nel quale viviamo (a sua volta influenzata da quella globale). È la cultura, uno strumento che ci plasma per tutta la vita ma che possiamo anche plasmare e scolpire come il marmo di una statua. Attorno a essa si sviluppano le società, sfumando i contorni di un termine che, come vedremo, non ha un significato universale, ma sempre fluido.

Parlare di cultura

Ogni giorno sentiamo parlare di cultura, ma raramente ci siamo chiesti cosa sia davvero e che cosa si intenda con l’uso di questo termine. Per rispondere a queste domande, abbiamo bisogno di cercare tutte le definizioni possibili della parola “cultura” e volgere il nostro sguardo sia verso il passato che verso il futuro.

Tanti significati

Nel corso della storia umana, col termine cultura le diverse società hanno indicato diversi significati, col risultato che oggi non possiamo darne una definizione certa e univoca; per fare un esempio, nel 1967, Abraham Moles, professore di sociologia e direttore dell’Istituto di psicologia sociale delle comunicazioni all’Università di Strasburgo, afferma che al mondo esistano più di 250 concezioni differenti di cultura. Sempre negli stessi anni, Kroeber e Kluckhohn, due noti antropologi, nel tentativo di trovare una definizione universale al termine, si imbattono in più di 150 definizioni diverse.

La cultura è ovunque

L’ambiguità del termine “cultura” viene fuori anche dai tanti contesti all’interno dei quali siamo soliti utilizzarlo nella vita di tutti i giorni. Definiamo artisti, letterati e altri personaggi colti “uomini di grande cultura”, rimarchiamo le differenze tra Occidente e Oriente definendole “culturali”, oppure parliamo di identità culturale riferendoci ai giovani contrapposti agli anziani, e ancora, per indicare il retaggio di una nazione siamo soliti parlare di tradizione culturale. Potremmo andare ancora avanti, ma il senso del discorso è chiaro: non abbiamo una definizione chiara.

Definire quindi la cultura

Se è pur vero che non riusciamo a metterci d’accordo su una concezione universale della cultura, possiamo comunque circoscriverne le caratteristiche: a livello sociologico, essa è il complesso di norme e credenze in possesso di un determinato gruppo sociale (che può essere uno Stato, un popolo, un’isola, un’etnia e così via); a livello quantitativo, essa è l’insieme di conoscenze possedute da un singolo individuo (“la mia cultura personale”); strettamente legato a quello sociologico, a livello antropologico la cultura indica l’insieme di norme, credenze e abitudini quotidiane condivise da una comunità intera.

Le concezioni di cultura nel passato

Ora che abbiamo fugato alcuni dubbi e messo in luce quanto sia complesso parlare di cultura in senso universale, possiamo analizzare i tanti significati che essa assume in base al contesto, in particolare riferendoci al nostro mondo, fortemente influenzato dalla civiltà greca e romana. È grazie a esse che in Occidente possiamo dirci tutti accomunati (con le dovute differenze) dallo stesso tipo di cultura, che resta sì un concetto interpretabile e volatile, ma anche circoscritto a un’entità geografia e politica che possiamo riassumere nel continente del quale facciamo da sempre parte.